E adesso

E adesso
vorrei riavere indietro
l’uomo
che mi venne rapito
tempo addietro,
quando ancora
era un bambino
e si fidava
di mani
inadatte all’amore,
di mani

inadatte a proteggerlo.
E adesso
vorrei poter avere
io stesso
mani dolci e tenaci
insieme
per progettare
giorni futuri
in cui vivere
senza continue memorie
di abbandoni
e soprusi,
dedicando
la mia residua esistenza
a due occhi
dove specchiarmi
per godere
del mio
nuovo sorriso
appena incontrato.

(1/8/2010)

Lettera a lei

1/8/2010

Per l’ennesima volta provo a scrivere questa lettera. Per l’ennesima volta provo lo stesso dolore, un dolore grandissimo nel tirare fuori dei ricordi che non avrei mai voluto avere, che non ci sarebbero mai dovuti essere, nelle mie aspettative.
Sono anni che non riesco più a riconoscerti come madre. Ti è rimasto il ruolo biologico, quello non potrò mai togliertelo.
Per tutto il resto, nel corso di lunghi anni di terapia, ho dovuto ricredermi: non sei mai stata capace di svolgere le funzioni che una madre sufficientemente sana espleta.
Nel corso di lunghi anni di terapia ho viaggiato a ritroso nel tempo, ripescando i ricordi del bambino che un tempo sono stato.
Ho incontrato di nuovo l’orrore delle tue percosse con il mestolo della polenta o con il battipanni (non ci sono madri, nel mio cerchio di amicizie, che picchino i loro bambini con tale violenza come tu facevi con me), dei tuoi insulti, dei tuoi sguardi sprezzanti, dei tuoi castighi, dei tuoi pesanti ricatti affettivi.
Ho incontrato di nuovo il disgusto dei tuoi toccamenti genitali inopportuni, delle tue troppe pratiche che avevano a che fare con zone legate alla sessualità.
Ho incontrato di nuovo la paura di quelle innumerevoli notti trascorse fuori casa, conseguenti alle innumerevoli ubriacature di quello che era tuo marito e contemporaneamente mio padre biologico; o di quelle notti in cui dovevo fare finta di dormire mentre lui urlava e bestemmiava in casa; o di quelle notti in cui, dalla mia camera, sentivo i suoni dei ripetuti stupri a cui lui ti sottoponeva e ai quali tu non sei mai riuscita a sottrarti.
Ho incontrato il ricordo di una madre incapace di proteggermi, di darmi un senso di sicurezza, di amorevolezza, di sostegno, di incoraggiamento; una madre incapace di darmi la sensazione di essere veramente amato e veramente stato desiderato.
Non riesco neppure a descrivere quante volte le mie illusioni di avere avuto una famiglia sufficientemente sana, in cui il bambino che un tempo sono stato è cresciuto, siano crollate. Ogni volta sono state lacrime. A volte non sono neppure riuscito a piangere veramente, perché il cuore mi faceva troppo male.
Fra i miei ricordi cerco momenti di serenità, momenti in cui fra le tue braccia mi sono sentito al sicuro, ma non ne trovo nemmeno uno.
Sei stata quella che mi diceva di assecondare il tuo marito alcolista, di non ribellarmi, di amare un uomo che di fatto non mi dimostrava amore, di annullarmi per non generare liti. Sei stata quella che non ti sei preoccupata di me, ma unicamente di te.
Avresti dovuto proteggermi. Quello era il tuo ruolo naturale di madre, di là da un ruolo esclusivamente biologico che nessuno potrà mai negarti. Avresti dovuto badare a me e non chiedermi di badare a te, in un’innaturale inversione di ruoli che non potevo affatto sostenere e che mi ha procurato infiniti sensi di colpa.
Non ho un ricordo piacevole delle tue mani. Le tue mani aggredivano il mio corpo, le tue mani mi spaventavano, le tue mani elargivano sensazioni spiacevoli, le tue mani abusavano di me e del mio corpo di bambino. Se avessi potuto fuggire l’avrei sicuramente fatto; ma non potevo, ero troppo piccolo e dipendevo da te, da voi, in tutto e per tutto.
Mi ricordo quelle innumerevoli notti trascorse fuori casa. Mi ricordo quante volte mi sono chiesto un perché che non ha mai ottenuto risposta fino a pochi anni fa, quando ho dovuto accettare – con una sofferenza indicibile – che non ero io a essere sbagliato, che non ero io a essere cattivo, perfido, maledetto, egoista e tutte quelle cose che sistematicamente mi dicevi, cose che una madre degna di nome non direbbe mai a suo figlio. Non ero io. Eravate voi. Due bambini travestiti da adulti, incapaci di rivestire in un modo sufficientemente sano il ruolo di genitori che vi eravate assunti scegliendo di mettere al mondo un figlio.
Ho dovuto smantellare la pesante armatura di inadeguatezze che mi ero costruito addosso per proteggervi, per non ammettere di fronte a me stesso che quelle attenzioni distorte che ricevevo non erano frutto di vero amore ma di qualche cosa di altro che non l’amore non aveva molto a che spartire.
Ho avuto problemi sessuali di una certa rilevanza. Non poteva essere diversamente, considerato l’ambiente in cui sono cresciuto. Considerati gli stupri a cui assistevo sistematicamente, in quella casa; considerato tutto il materiale pornografico che ero riuscito a trovare, mal nascosto; considerate le attenzioni distorte che riservavi al mio corpo ormai adolescente, più avanti negli anni.
Ho speso un sacco di soldi nel tentare un recupero di me stesso, per non percorrere a mia volta una strada di tossicodipendenza, per non scaricare sugli altri tutta la rabbia che avevo dentro, per smettere di scaricarla addosso a me come facevo con pratiche autolesive, per non arrivare al punto di impazzire o di suicidarmi, per non fare uso di psicofarmaci che mi avrebbero soltanto trasformato in un fantasma vivente.
Ho fatto terapie varie per più di venti anni per potermi separare da tutte le tossine che avevo dentro, per poter cominciare a considerarmi in modo diverso, per poter ritrovare un accenno di sorriso che avevo perduto di fronte a troppe violenze, a troppe brutte parole, a troppi silenzi gravidi di astio nei miei confronti.
Il tuo personale vissuto ha generato una confusione indescrivibile dentro me stesso, mi ha impedito di godere del piacere della sessualità legata al sentimento. Per anni il piacere della sessualità è stato un terreno proibito, per me. Per anni le donne che mi piacevano, che mi attraevano, non potevano essere contemporaneamente oggetto di desiderio fisico, perché nel fare l’amore con loro rivivevo tutte quelle scene orribili a cui avevo assistito nella casa della mia infanzia e della mia adolescenza.
Per anni non sono riuscito a fidarmi delle donne che mi volevano bene, che mi desideravano, per cui provavo io stesso interesse. Come potevo, se non avevo mai potuto fidarmi davvero del primo esempio di donna con cui avevo avuto a che fare, cioè tu?
Non sono mai riuscito a dirti niente, relativamente a tutte queste cose. Ho sempre continuato a proteggerti, come si protegge una bambina. Ma tu non sei una bambina. Tu sei mia madre (come ti ho già scritto sopra, almeno biologicamente). E lo sei sempre stata. Non è mio compito proteggerti. Non è compito dei figli proteggere i genitori, mentre è sicuramente vera la cosa opposta. Ma io questa protezione non l’ho mai ricevuta, ho imparato – piuttosto – a stravolgere i ruoli, cercando di proteggere voi emotivamente.
Mi sono rovinato la vita, per questo.
Mi sono riempito di sensi di colpa, per questo.
Mi sono caricato di inadeguatezze, per questo.
Ho cercato di rivestire un ruolo innaturale, un ruolo che non mi spettava, un ruolo che voi altresì cercavate in tutti i modi di farmi rivestire, per questo.
Mi è costata moltissimo, questa assunzione di responsabilità.
Mi ricordo di quando mi raccontavi dei tuoi problemi sessuali con tuo marito, delle volte che – ubriaco – provava a fare sesso con te, di come ti sentivi, di che cosa provavi. Non ti sei mai chiesta che cosa provassi io ad ascoltare quelle cose. Non ti sei mai chiesta che effetto avrebbe fatto su di me sentire quei racconti. Non ti sei mai chiesta se era lecito che tu mi raccontassi questo. Non ti sei mai chiesta che cosa sentissi io e che effetto avrebbe avuto su di me. Questo è il punto. Questo è stato ciò che principalmente ha rovinato la mia vita: non aver avuto rispetto per la mia individualità, per la mia sensibilità.
Avrei potuto avere una casa tutta mia, con la quantità di denaro che ho speso in questi anni per le varie terapie (che, peraltro, mi hanno salvato la vita) e invece vivo ancora in un buco di appartamento. Avrei potuto studiare più proficuamente e oggi avere un’occupazione migliore, se non fossi stato distratto da un insostenibile ammontare di problematiche famigliari, ai tempi in cui ancora andavo a scuola. Avrei potuto avere una famiglia tutta mia, con magari dei figli, se fossi vissuto in un ambiente sufficientemente sano e in grado di trasmettermi degli insegnamenti funzionali e non distorti.
Avrei potuto essere un uomo diverso, oggi.
Non ti sei mai assunta alcuna responsabilità per quel che è accaduto. Tu, come l’uomo che è stato tuo marito e anche, ovviamente, mio padre biologico.
Per questo non sono venuto al suo funerale.
Non volevo sentirmi additare per l’ennesima volta, come è sempre avvenuto in passato. Non volevo incrociare alcuno sguardo che mi potesse rimandare l’idea del figlio degenere, come avete sempre cercato di far credere che fossi.
Il mio funerale personale a mio padre lo avevo già fatto da tempo, quando ho dovuto accorgermi – mio malgrado – che mio padre preferiva passare il suo tempo libero al bar con i suoi amici piuttosto che con me, che da me esigeva comportamenti inadeguati al mio ruolo di figlio, che non aveva mai fatto niente per cercare di assumersi le responsabilità che un padre come intendo io si assume.
Mi sento orfano da tempo, ormai. Mi sento orfano da anni. Orfano dentro, nel profondo. In un luogo talmente remoto che non può essere visitato da nessuno, che non può ricevere il conforto di nessuno.
È da moltissimo tempo che sentivo il dovere verso me stesso di scriverti questa lettera. Come ti ripeto, ho sempre procrastinato – fino ad adesso – per cercare caparbiamente di proteggerti, per tentare ostinatamente di raccontarmi ancora la favola della famiglia felice e del bambino contento che a un certo punto si è ammalato dentro per ragioni inspiegabili, per motivi esclusivamente dipendenti da lui.
La famiglia in cui quel bambino è cresciuto non è mai stata una famiglia felice, per cause che a quel bambino non sono mai state imputabili, ma che a quel bambino sono state comunque accollate.
Adesso quel tempo è finito e la verità della mia storia è venuta a galla. Una verità che non mi piace, una verità pesante da sopportare, una verità che non auguro a nessuno. Ma comunque una verità.
Una verità che porterò con me per il resto della mia vita, una verità che cercherò di raccontarmi ogni volta che il dolore mi porterà a cercare di inventare ancora delle favole che con quella stessa verità, invece, sono inconciliabili.
Una verità che mi aiuterà a diventare finalmente un uomo a tutti gli effetti, spero.
La stessa verità che mi aiuterà a ricordare che i bambini sono soltanto degli esseri umani indifesi e innocenti e che come tali vanno trattati, essendo un genitore degno di nome.

Luciano

P.S. Non ho bisogno di ricevere risposta.

La bambina

Quanti anni aveva? Tre, forse, o quattro. Il letto, spinto in un angolo della stanza, pareva, anche se solo temporaneamente, un porto sicuro.
Lei se ne stava sotto il letto, rannicchiata nell’angolo più lontano. Una minuscola creatura, tanto fragile, una piccola cosa, spaventata. Se fosse rimasta immobile, forse si sarebbero dimenticati che era lì.
Lì ascoltò discutere. Sua madre che urlava al padre: “La ucciderai se non farai attenzione. Per amor di Dio, lasciala in pace”.
E suo padre: “Spostati, donna, e lascia che metta le mani su quella piccola monella”.
L’aveva picchiata su per le scale, fino dentro la camera da letto e, per la disperazione, lei aveva cercato rifugio sotto il letto.
Tremante e spaventata, la bambina fissava le molle del letto. Sembravano tanto grandi confrontate alla sua piccola struttura e le rimasero impresse nella mente.
La lite continuò per un bel po’, un’eternità; poi, improvvisamente, il silenzio.
Quella improvvisa quiete era più spaventosa di tutto ciò che era accaduto prima, e la bambina rimase immobile, non osando quasi respirare per non essere sentita. E attese.
Non capiva che cosa aveva combinato per provocare una simile reazione nel padre. Sapeva solo che lui l’avrebbe uccisa se avesse fatto un rumore. E così non pianse e non si mosse. Rimase semplicemente il più possibile quieta.
Poi, senza alcun preavviso, un braccio si allungò sotto il letto e l’afferrò, trascinandola senza cerimonie in mezzo alla camera e poi giù per le scale fin fuori in strada.
La piccola, ancora troppo atterrita per emettere un solo suono, fissò il volto furibondo della madre. La dura presa delle dita della donna si strinse attorno al suo braccio e lei venne quasi trascinata fino in cima alla via, in casa di sconosciuti.
“Tenetela qui, d’accordo?” disse la madre della piccola con fredda calma. “Se oggi gli capita sotto gli occhi un’altra volta, la ucciderà di certo”.
La bambina osservò il gruppo di donne raccolte nella cucina della casa in cui si trovava. Non le aveva mai viste prima, ma evidentemente sua madre le conosceva. Non dissero una parola, ma assentirono con un cenno del capo.
A questo punto la madre della piccola girò sui tacchi e se ne andò.
Non una parola, un sorriso, neppure uno sguardo rassicurante verso la figlioletta. Nessun affetto, niente calore, solo vuoto.
Questo sarebbe diventato uno schema nella vita della bambina. Non finiva sempre trascinata nella casa delle vicine, spesso doveva rimanere e affrontare le conseguenze dell’azione terribile che a quanto pareva aveva combinato. E raramente sapeva che cosa aveva fatto per suscitare una tale ira, non solo nel padre, ma anche nella madre.
Anche le sue sorelle finivano a volte nei guai e ricevevano qualche sberla, ma non venivano mai picchiate come lei.
Midge era la sorella preferita, ma Midge era anche la figlia preferita della madre. C’erano solo diciotto mesi di differenza tra le due, ma Midge era considerata la piccolina di casa.
Le due sorelle maggiori, Audrey e Judy, venivano incoraggiate dalla madre a favorire la neonata e a canzonare la bambina, come faceva tutta la famiglia.
La bambina, molto sensibile e sempre più consapevole con il passare del tempo dell’avversione della madre, cominciò a erigere barriere, il che peggiorò soltanto le cose, in quanto veniva ora considerata astiosa e lunatica, una piagnucolona.
Quante volte aveva sentito sia la madre sia il padre dire bruscamente: “E cancella quell’espressione dal viso, signorinella”?
Quando c’era qualche seccatura in casa, i genitori radunavano le figlie in salotto, il padre diceva loro che cosa c’era che non andava e chiedeva chi era la responsabile. Naturalmente alle sue parole seguiva l’inevitabile silenzio, dato che nessuna delle sorelle era pronta a confessare. Tutte conoscevano le conseguenze.
Il padre diceva allora: “Va bene, andate a sedervi sulle scale. Parlatene tra voi e decidete chi è la colpevole. Avete dieci minuti di tempo”.
Andava sempre così e spesso, mentre le sorelle uscivano in fila indiana dalla porta, la madre colpiva con forza la bambina nella schiena con un dito, dicendo: “Noi due sappiamo chi è la colpevole”.
La bambina non aveva alcuna possibilità di scampo, colpevole o no, e quando, scaduti i dieci minuti, le sorelle rientravano in salotto e negavano di avere compiuto quel dato misfatto, spesso il padre fissava lei e, con una voce che la piccola aveva imparato a temere, diceva: “Vai di sopra, togliti le mutandine, sdraiati sul letto e aspettami”.
Silenziosamente la bambina saliva le scale, mordendosi il labbro inferiore, sforzandosi di non piangere, atterrita per il dolore che le avrebbe inferto.
A volte il padre saliva nel giro di pochi minuti, ma più spesso la faceva aspettare, ben sapendo che l’attesa era la parte più dura della punizione.
Che arrivasse dopo una mezz’ora o dopo un’ora, per la bambina non faceva alcuna differenza. Lei se ne stava sdraiata, tremante, mezza fuori dal letto, a pancia in giù, il sederino nudo pronto per ricevere i colpi che sapeva sarebbero arrivati. Se ne stava immobile, senza osare muoversi nel timore che lui arrivasse e la trovasse giù dal letto. La paura del padre le impediva perfino di andare alla toilette.
La violenza delle botte dipendeva dall’umore del padre, ma spesso indugiava nel dargliele. Le sue mani, dure e inesorabili, calavano e ricalavano sul sederino nudo della bambina, aspre e dolorose, facendola urlare.
Veniva poi abbandonata singhiozzante sul letto, il sederino scarlatto e il dolore quasi insopportabile.
Anche le mani della madre erano dure, ma venivano alzate nell’impeto della collera. Quante volte la mano della madre si era alzata per mollare uno schiaffo violento sul viso della figlia? Impossibile per la bambina numerarle. Molto, molto peggiore e, per la bambina, molto più dolorosa, era la lingua tagliente della madre.
Quando la bambina aveva cinque anni, la madre la portò con le sorelle in vacanza al mare per due settimane assieme all’amico del momento (il padre, militare, era lontano) che tutte dovevano chiamare “zio”. Nel corso degli anni le ragazze conobbero un certo numero di zii, mentre il padre era lontano, ma mai molto bene, poiché cambiavano spesso.
Avrebbe dovuto essere un periodo felice; dopotutto la maggior parte dei bambini ama giocare e sguazzare nell’acqua. Ma la bambina aveva paura delle onde e del rumore fatto dal mare. Le sembrava fosse sempre sul punto di inghiottirla. Tutto comunque sarebbe andato bene se solo sua madre l’avesse lasciata giocare tranquillamente sulla spiaggia. Ma no, ciò non era sufficiente, decise la madre della bambina, e così la bambina venne trascinata dallo zio sul bordo del mare e fatta sedere nella sabbia fredda e fangosa, urlante e piangente, mentre le onde le lambivano le gambe.
Alle altre tre sorelle fu permesso di continuare a giocare allegramente sulla spiaggia e la madre e lo zio si sedettero ben lontani dalla bambina per non venire disturbati troppo dalle sue urla.
Dopo un bel po’, dopo quello che le parve una vita intera, la bambina rossa in viso e urlante per il terrore vide lo zio avvicinarsi lemme lemme.
Lui si chinò per sollevarla e lei, pensando fosse venuto per salvarla, allungò le braccia verso di lui. Ma prima di capire che cosa stesse accadendo, lui la sollevò e, tenendola stretta nelle sue braccia tanto che a stento riusciva a respirare, entrò in acqua.
La bambina aprì la bocca per lanciare un altro strillo atterrito, ma venne azzittita dall’enorme onda che si abbatté sul suo corpicino appena lo zio la immerse nell’acqua.
Per quanto continuò quello scherzo è impossibile dirlo, quell’attendere l’arrivo delle onde e tuffare la bambina sott’acqua, facendola quasi annegare. Quando alla fine uscì dall’acqua e la lasciò cadere sulla spiaggia, mezza soffocata e tossicchiante, lui le disse: “Così imparerai a fare la piagnucolona!”
Dov’erano le braccia della madre per stringerla e confortarla? Dov’era l’amore della mamma?
La bambina divenne un’adolescente e nella sua vita poco era cambiato. I suoi compleanni erano venuti e se ne erano andati senza alcuna eccitazione, ma lei era diventata cocciuta e molto chiusa. Rifletteva spesso sulla sua vita, cercando di ricordare e scovare momenti felici. Dovevano essercene pur stati alcuni, se ci pensava intensamente.
Che dire di quando lei aveva sei anni e la famiglia si era trasferita in Germania? Era Natale e sua madre era ricoverata all’ospedale. Per la prima volta trascorrevano un Natale sole con il padre. E Babbo Natale le aveva portato un orsacchiotto di peluche. A sei anni era forse troppo grande per ricevere per la prima volta un orsacchiotto, ma per la bambina era qualcosa da amare, qualcosa da cullare e qualcuno da abbracciare stretto di notte quando aveva paura.
E suo padre era diverso, gentile, divertente, era stato un bel Natale.
Poi, sempre in Germania, la bambina era stata svegliata improvvisamente dal forte scoppio del tuono. Si era messa a sedere sul letto, tremante e spaventata, mentre lampeggiava e altri tuoni scoppiavano e crepitavano nel cielo. Fu solo quando si guardò attorno alla ricerca delle sorelle che condividevano la stessa grande camera da letto, quando si accorse che non c’era nessuno e che era tutta sola, che la bambina iniziò a urlare.
Stava già pensando che tutti se ne fossero andati e che la casa fosse vuota, quando inaspettatamente suo padre apparve sull’uscio. Di che cosa aveva più paura, di lui o del temporale che infuriava? Aveva solo sei anni, ma già temeva la vita.
Con suo grande stupore il padre non era adirato con lei, anzi, si sedette sul letto, le prese la manina e le parlò.
“È solo uno stupido vecchio temporale”, disse, “e le tue sorelle sono scese dabbasso, piangenti e spaventate, ma noi no, vero?”.
La bambina fissò il volto del padre e udì la sua voce, dolce e rassicurante, e scrollò esitante la testa. “Sdraiati ora”, soggiunse suo padre, “e vediamo un po’ quanto è vicino questo temporale”.
Erano rimasti insieme nella stanza buia, in attesa del lampo, contando poi lentamente i secondi fino all’arrivo del tuono. Più lungo era l’intervallo tra il tuono e il lampo, più lontano era il temporale.
Il padre della bambina aveva trasformato quell’evento in un gioco, un gioco che potevano giocare solo loro due. Era eccitante, particolare e la bambina si sentì al sicuro.
Non ricordava quanto a lungo si era fermato, di certo fino a che lei non si era addormentata, dato che subito dopo era mattino e il temporale era finito.
Ricordava tuttavia che per la prima volta nella sua breve vita lei e il padre avevano condiviso un momento prezioso. Lui era parso interessarsi a lei.
Ricordava anche il suo compleanno in un istituto per bambini, quando tutti erano scesi nella grande sala per fare colazione e avevano invitato la bambina ad alzarsi e avevano intonato: “Buon compleanno a te”. Era stato bello, ricordò, ma ancora più bello quando aveva ricevuto la bambola. Era una bambola di stoffa verde, non molto bella, ma il primo regalo di compleanno che ricordava di avere ricevuto e per lei era bellissima.
Quanti anni aveva avuto? Sette o otto? La bambina non ne era certa, dato che era stata messa in quell’istituto due volte. Non sapeva neppure perché l’avevano portata là, nessuno in famiglia ne parlava e lei temeva che, chiedendolo, avrebbe creato trambusto. E tutti sapevano che la bambina creava sempre guai, non è vero?
Più tardi, molto più tardi, la bambina scoprì di essere stata messa in quell’istituto perché sua madre era andata in Germania a trovare il padre e non c’era nessuno che potesse badare alla piccola.
I ricordi più felici della bambina erano le lunghe vacanze scolastiche, quando veniva affidata alle cure della donna più fantastica del mondo. Le era stato detto di chiamarla zia Loseby, anche se non era una sua parente.
Zia Loseby si affezionò alla bambina, riconoscendo in lei quella sensibilità tipica dei bambini smarriti. Durante quelle vacanze, pur brevi, la bambina fioriva come una rosa in estate. Veniva viziata, non solo dall’anziana signora, ma anche da suo figlio, zio Tony, come lo chiamava la bambina, e da sua moglie, zia Sheena.
Ogni domenica veniva servito il tè, la tavola ben imbandita. A volte la bambina si alzava e fissava apertamente ammirata quello splendore.
I tre adulti, fatta risedere la bambina, se ne stavano seduti silenziosi, con sguardi d’intesa e misteriosi sorrisi, in attesa che iniziasse lo scherzo.
Era sempre lo stesso e la bambina lo amava.
Timidamente alzava gli occhi per esaminare i dolcetti sulla tavola, per vedere se zia Loseby aveva preparato il suo preferito. No, non c’era e la bambina era troppo timida per farne menzione.
Si agitava allora un po’ nella sua sedia e si chiedeva se questa volta zia Loseby se ne fosse dimenticata.
Poi zio Tony esclamava, fingendo orrore: “Nessun pasticcino con crema di limone oggi, mamma? Oh no, non dirmi che te ne sei dimenticata!”.
La bambina rideva allora e avvampava dall’imbarazzo, gli occhi fissi sui piedi, troppo timida per dire qualcosa o guardare uno dei tre.
Zia Loseby, partecipando fino in fondo allo scherzo, esclamava allora con voce perplessa: “Ma io li ho messi sul tavolo, ne sono certa. Non te li sei mangiati tutti, vero, Tony?”.
A volte lo scherzo durava a lungo, ma finiva sempre con zio Tony che estraeva da qualche parte sotto il tavolo un enorme vassoio colmo di deliziosi pasticcini alla crema di limone. E riusciva sempre a farlo con un gesto plateale, un sorriso birichino e un meraviglioso guizzo negli occhi.
Poi, durante una delle visite a questa amabile famiglia, zia Loseby disse alla bambina che zia Sheeba avrebbe avuto un bambino. Una fantastica notizia per tutti loro, voleva però dire che non ci sarebbe più stato posto per lei. Non ci sarebbero più state visite né lunghi soggiorni durante le vacanze. Alla bambina rimasero comunque i ricordi, ricordi che custodì gelosamente.
Altri anni passarono e la bambina si fece più alta, ma era sempre magra. Le sue sorelle, perfino Midge, la minore, crebbero sia in altezza sia in larghezza. Svilupparono curve nei posti giusti, indossarono reggiseno, iniziarono al momento giusto le mestruazioni; di fatto erano delle giovani donne felici, sane e “normali”.
La madre non mancò mai di fare capire alla bambina che lei, al confronto, era un brutto anatroccolo. Le fu fatto notare spesso che aveva il petto carenato, che mancava di forme e di polpa sulle braccia e sulle gambette magre. Le altre ragazze furono incoraggiate a ridere e a prenderla in giro, cosa che fecero, e la bambina si sentì sempre più inadeguata.
Rimase comunque in lei sempre una scintilla di indipendenza e un cocciuto rifiuto di sdraiarsi e morire. Ancora rideva e giocava con le sue due bambole, Jennifer e Susan, e con l’orsacchiotto, vivendo in quel mondo di fantasia che aveva creato per sé. Un mondo di amici finti, un mondo d’amore.
Naturalmente vi furono momenti buoni, e momenti in cui le sorelle giocavano assieme e si divertivano. Quando lei aveva undici o dodici anni, il fratello maggiore, Terry, cominciò a frequentare una giovane, un’insegnante di musica, e così le vennero impartite lezioni al pianoforte. Una cosa fantastica, perché la bambina mostrò una certa attitudine alla musica e trovò un’ennesima via di fuga dal mondo reale quando le cose a casa non andavano bene.
Sedeva per ore nella stanza sul davanti e suonava. Raramente entrava qualcuno a disturbarla, dato che quella stanza era fredda anche d’estate. D’inverno si gelava e lei se ne stava lì seduta, con sciarpa e cappotto, dimentica di tutto ciò che la circondava a parte la musica. Non si poteva certo considerare la bambina una brillante pianista, le sue dita scorrevano sulla tastiera a volte bene, a volte in modo maldestro, ma i suoi pensieri volavano liberi e lei poteva esprimersi come non sarebbe mai riuscita con le parole. E i suoi genitori, pur non incoraggiandola, non la scoraggiarono mai.
Quando compì i quindici anni, tuttavia, accadde qualcosa che distrusse quasi la sua capacità di ricordare con affetto i buoni periodi che doveva di certo avere avuto nell’infanzia.
La famiglia al completo era di nuovo in vacanza, questa volta in Irlanda.
Le quattro sorelle erano andate al ballo del villaggio, ma Midge e Judy, a metà serata, avevano deciso che si annoiavano e tornarono a casa. La bambina le avrebbe seguite molto volentieri, ma Audrey, la maggiore, la persuase a rimanere. Audrey aveva diciannove anni e si stava divertendo molto. Il giovane irlandese che la faceva ballare era molto bello.
Poi il ballo finì e il giovane chiese se poteva riaccompagnarle a casa. Certo, rispose Audrey, e persuase la sorella a farle da chaperon. Poco dopo arrivarono alla casa dove la famiglia soggiornava per la vacanza e la bambina avrebbe voluto entrare subito. Audrey, invece, voleva rimanere fuori a parlare con il ragazzo, per cui la bambina venne persuasa una volta ancora ad aspettare, e le fu detto di stare ad alcuni metri di distanza, sufficientemente vicina per proteggere la sorella, ma non così vicina da sentire ciò che lei e il ragazzo si dicevano.
Dopo dieci minuti, la bambina cominciò a innervosirsi e stava per dire alla sorella che entrava in casa, quando la porta d’ingresso si spalancò e ne uscì il padre.
Lei agghiacciò immediatamente, sentendo istintivamente il pericolo. Poi la sua forte voce rabbiosa, come cubi rotolanti nella via, mise in moto le due sorelle, che corsero in casa.
“Dentro”, aveva urlato, nient’altro. Una sola parola, ma la bambina sentì la rabbia che stava alla base di quella parola e il suo stomaco si strinse per la paura e il terrore di ciò che sarebbe accaduto.
Audrey arrivò per prima alla porta e la mano del padre la raggiunse abilmente per darle un sonoro schiaffo sulla testa.
La tallonava la bambina e pure lei ricevette un sonoro colpo sulla testa. Ma la cosa non finì lì.
Per tutte le scale venne picchiata dal padre. Raggiunsero il salotto al primo piano e lui ancora non la smetteva. In qualche modo, con i colpi che le piovevano addosso veloci e serrati, la bambina riuscì a infilarsi nella camera da letto, dove cercò di proteggersi raggomitolandosi sul letto.
Audrey aveva gridato e strillato al padre di lasciare in pace la bambina (era la prima volta che le capitava che qualcuno la difendesse), poi era saltata sulla schiena del padre nel tentativo di fermarlo.
Con un rabbioso movimento della mano l’uomo si sbarazzò di lei che cadde con un tonfo in un angolo della stanza, il volto rigato da lacrime di rabbia e di frustrazione.
Lui rivolse la sua attenzione sulla bambina rannicchiata sul letto, le braccia alzate nel tentativo di proteggersi la testa e il volto, e la colpì e la colpì finché alla fine la sua ira non si esaurì.
La bambina aveva da tanto smesso di urlare ed era rimasta sdraiata scioccata e intontita mentre i pugni del padre cadevano sul suo corpicino magro. In seguito le parve che la sua mente avesse registrato una sola cosa. A un certo punto aveva cercato disperatamente la madre e l’aveva vista osservare la scena sull’uscio della stanza assieme alle altre due sorelle.
A osservare soltanto. Non si era mossa, non aveva parlato né aveva chiesto di interrompere quell’azione barbara. E alla fine non aveva alzato un dito per aiutare in alcun modo la bambina. Si era semplicemente voltata, aveva preso con sé le tre sorelle, lasciando tutta sola la bambina.
Perché, vi chiederete, la bambina era stata picchiata in quel modo? Perché? Perché?
Forse lo sa il padre, o forse no, e sua madre ha forse un’idea del perché.
Comunque la bambina non lo seppe mai!
Passarono gli anni e la bambina, ormai donna, ma ancora bambina, timida, sensibile e insicura, si era sposata.
Era forse più facile la sua vita ora che aveva trovato qualcuno da amare e che l’amava? Lui l’amava, non è vero? Anche se solo due giorni prima del matrimonio era andato a letto con un’altra donna.
Ma la bambina sembrava predestinata, perché solo pochi mesi dopo il matrimonio si ammalò. Venne portata di corsa all’ospedale, e i medici pensarono all’inizio che si trattasse di un’infezione virale ai reni. Si scoprì che era qualcosa di molto più grave, che richiese due serie di interventi e un sacco di cure mediche, e la bambina si ristabilì lentamente.
Durante i lunghi mesi della malattia aveva ricevuto solo le visite della sorella maggiore, Audrey, e una volta di sua madre. Non ricevette biglietti d’auguri, né fiori né telefonate. Nulla che dimostrasse l’interesse affettuoso della famiglia.
Avrebbe potuto morire, che sarebbe importato loro?
Nulla, pensò, proprio nulla!
E così lei si aggrappò ancor di più al marito, aveva bisogno di lui per colmare la disperata solitudine del suo animo.
Perse il primo figlio, e il secondo, e ricorda di essere uscita dall’anestesia, dopo il raschiamento, gridando che voleva il suo bambino. Un’iniezione risolse questo problema e dopo una lunga dormita lei si destò e si rese conto che fisicamente poteva fronteggiare la situazione. Era la sua mente che ora gridava a gran voce. Perché? Perché? Perché?
Passarono gli anni e riuscì a portare alla luce il suo terzo figlio, una femminuccia. Stava bene, era sana e fu la salvezza della bambina.
Per due volte il marito l’abbandonò, una volta per la migliore amica della bambina. C’erano sempre altre donne, debiti, sempre problemi di uno o dell’altro tipo. Ma la bambina era diventata dipendente dal marito, credeva fermamente nella propria inadeguatezza e incapacità di farcela senza di lui.
Per due volte lo riprese con sé, disposta a credergli quando le diceva che lei era l’unica che amasse veramente. In tutta franchezza, probabilmente lui credeva alle sue parole, almeno per il tempo che gli occorreva per pronunciarle.
In questo periodo la bambina invitò di tanto in tanto i genitori a casa sua, sempre con la speranza di riuscire in qualche modo a costruire un rapporto amorevole.
Stranamente, da quando se ne era andata di casa, il rapporto con suo padre era migliorato e tra loro si era sviluppata una certa intimità. Scoprirono di potersi parlare e di essere sulla stessa lunghezza d’onda. Nessuno dei due menzionò mai, neppure una volta, il passato né allusero ai brutti periodi. La bambina intuiva che il padre l’aveva infine accettata e che le voleva bene.
Da parte sua lei cominciò a capire che il padre non era un uomo malvagio, ma soltanto un uomo frustrato e infelice che viveva un’unione che non desiderava e con una donna troppo complessa per poterla comprendere. Si erano sforzati entrambi, ma il loro matrimonio era un assoluto disastro. Da quando i figli se ne erano andati da casa, avevano iniziato a vivere esistenze sempre più separate, lui nel suo giardino e la madre della bambina in vacanza all’estero, in crociera, in visita alle figlie.
Fu con ogni probabilità l’assenza della madre che permise alla bambina di approfondire la conoscenza del padre e di arrivare al punto di trovarlo simpatico e addirittura di volergli bene. Ciò non significava che avrebbe dimenticato il passato, le botte e la crudeltà, e le occorsero anni per accettare questo lato del suo rapporto con lui. Ma proprio quando le cose tra loro andavano molto bene, il destino inflisse un altro colpo crudele. Il padre della bambina, il sergente, ebbe un attacco di cuore e morì.
Quanto si afflisse, la bambina. Si afflisse per la perdita del padre, per il fatto che non aveva potuto salutarlo e perché non l’avrebbe più rivisto. Si addolorò per le ferite e le sofferenze del passato e per tutte le opportunità perse. Per l’amore che avrebbe potuto avere e per l’amore che aveva avuto. E soprattutto si afflisse per tutte le occasioni perdute.
Il dolore, poi, diminuì, come succede col tempo alla maggior parte dei dolori, e la bambina imparò da tutto ciò che i suoi genitori erano per lei molto importanti. Decise di impegnarsi di più con la madre e cominciò a sperare, dato che la madre l’andava a trovare più spesso, che anche loro due avrebbero stretto un rapporto più intimo e amorevole.
Ma una di queste visite le fece capire che ciò non sarebbe mai accaduto.
Erano in cucina, la bambina affaccendata ai fornelli e la madre tutta presa dal racconto della crociera appena fatta.
Mentre pelava le patate la bambina ascoltava, leggermente divertita, la madre parlare dell’uomo che aveva incontrato sulla nave. Con grande entusiasmo la madre riferì, parola per parola, tutto ciò che lui le aveva detto e tutto ciò che lei gli aveva detto.
La bambina interveniva nei momenti giusti mentre la madre continuava a cianciare. Ma poi lei disse qualcosa che ghiacciò il sorriso sulle labbra della bambina e il tempo parve fermarsi.
“Ecco, gli ho parlato della casa”, la bambina sentì dire la madre, “e del giardino e delle dalie e naturalmente”, continuò lei, senza quasi interrompersi per respirare, “gli ho parlato delle mie tre adorabili figlie”.
Non si era ghiacciato solo il sorriso sul volto della bambina, ma anche le sue mani, bagnate e gocciolanti sulle patate, s’immobilizzarono; tutto il suo corpo pareva sospeso, in attesa, in attesa di che cosa?
Sua madre aveva veramente detto così? L’aveva forse fraintesa? Ma no, ne era certa, e le parole di sua madre parvero rimbalzare nella sua testa, ripetutamente.

E gli ho parlato delle mie tre adorabili figli… tre adorabili figlie… tre adorabili figlie. Ma sua madre aveva quattro figlie, o no?

Appena quelle parole le uscirono dalla bocca, la donna anziana si rese conto di ciò che aveva detto, e per alcuni brevi istanti inorridì pure lei. Poi, con un’alzata di spalle e un impaziente movimento della mano verso la figlia, dichiarò con tono realistico: “Ecco, tu e io non siamo mai state molto intime, non è vero?”.
La bambina non parlò. Non poteva parlare. Il nodo in gola minacciava di soffocarla. All’improvviso si riprese e si mise furiosamente a tritare la verdura, a preparare la pasta, a mescolare la salsa.
Sua madre, ignara dei sentimenti della figlia, ricominciò a parlare della sua splendida crociera.
La stretta fascia di dolore, tanto familiare, si chiuse attorno al petto della bambina e lei sentì un bruciore in fondo agli occhi mentre le lacrime cercavano di sgorgare. Oh, mio Dio, no! gridò in silenzio. Ti prego, non farmi piangere. Non lasciare che lei veda le mie lacrime, ti prego. Dio caro, non lasciare che veda il mio dolore.
Sua madre non la voleva, come non la voleva la sua famiglia; come, a quanto pareva, non la voleva il marito. Perché? Era tanto repellente, era tanto brutta da avere vicino, era tanto tremendo vivere con lei? Perché? si chiedeva, tutti quelli che lei amava la respingevano, perché ciò era tanto terribile?
A volte le riusciva difficile non farsi inghiottire totalmente dalla forte sensazione di autocompatimento, specialmente nel periodo in cui il suo matrimonio andò a pezzi e lei venne lasciata sola e senza soldi.
In qualche modo, tuttavia, da qualche parte nel profondo, la bambina trovò una forza interiore per combattere la solitudine e la disperazione. Un’impresa tutt’altro che facile, ma il carattere della bambina era forte e la sua capacità di ridere e di amare l’aiutò.
Si rese conto che non tutte le persone che amava l’avevano rifiutata. Di fatto, la persona che più amava, sua figlia, era stata la sua forza, il suo appoggio e a tratti la sua unica ragione di vita. Anche allora la bambina comprese che non doveva dipendere troppo dalla figlia, ma imparare a procedere da sola. E comprese che se voleva crescere doveva farcela con le sue forze, nessun altro poteva farlo per lei, solo lei poteva aiutarsi.
C’è una vecchia, ma vera massima che dice: “Aiutati, che Dio t’aiuta”. Toccava a lei fare quello sforzo e, nel compierlo, la bambina comprese che avrebbe avuto la guida e l’appoggio di Dio di cui tanto aveva bisogno. Stranamente la sua fede in lui non aveva mai vacillato, neppure quando più aveva dubitato di sé aveva mai messo in dubbio l’amore di Dio per lei. Malgrado i suoi difetti e le sue debolezze, la bambina sapeva nel profondo del cuore che Dio l’amava. E attraverso di lui cominciò infine a vedere chiaramente il suo scopo di vita.
Vi sono molti tipi di sofferenze che noi, qui sulla Terra, siamo costretti a sperimentare. I dolori e le sofferenze della bambina sono nulla se paragonati alla sofferenza di un genitore costretto ad affrontare la perdita di un figlio. Questo genere di dolore deve essere di certo il più atroce da sopportare.
Attraverso il dolore, la bambina ha appreso qualcosa e ha sviluppato compassione e sensibilità per il dolore degli altri.
Nello scrivere questo capitolo la bambina ha dovuto affrontare molti ricordi, e su queste pagine sono state versate lacrime di dolore, di afflizione di dispiacere. È stato duro, per non dire di più, raccontare questa storia. Ma ripensando alla sua vita, la bambina può sinceramente dire che non vorrebbe cambiare una sola cosa. Sa che tutti quei ricordi dolorosi, uniti a quelli gioiosi, l’hanno plasmata in ciò che è ora.
La medium, forte, ridente, felice, siede al sole, la figlia Samantha al suo fianco e ai suoi piedi il cane Karma. Riesce a guardare con compassione negli occhi e nei cuori di coloro che cercano il suo aiuto. E con sincera comprensione per le loro ferite e i loro dolori, può dire: “Capisco”.
La bambina è diventata donna.
La rosa è sbocciata.
Questa è la mia storia, questa è la mia vita. Per molti versi non diversa da quella della maggior parte della gente. I dolori e le ferite, le gioie e i momenti di felicità, anche se dovuti a ragioni differenti, sono simili a quelli di molti altri. In altri sensi la mia storia, la mia vita, è molto diversa e molte mie esperienze sono state incredibili.
Potrei dire di essere normale come ogni uomo o donna… consapevole che quando Dio ci ha dato il miracolo della vita, sapeva che noi, tutti noi, siamo tutt’altro che normali.
Ciascuno di noi ha una storia da raccontare, perché le nostre vite sono una sceneggiatura tutta da scrivere, come in una commedia, in un dramma o in un film. Ogni esistenza, per quanto lunga o breve, è un dono, dato da Dio, per uno scopo… l’evoluzione dell’anima, perché il fine dell’anima è imparare, crescere.
Quando generiamo, quando creiamo una vita, creiamo un miracolo. Quando diamo significato a quella vita, imparando a non giudicare, cercando di trovare nei nostri cuori il perdono per coloro che ci hanno fatto del male, allora facciamo un miracolo ancora più grande. Ma quando diamo vita alla nostra stessa identità, perdonando il danno che facciamo a noi stessi, per dare significato e scopo alle nostre vite, allora Dio senza alcun dubbio sorride, sapendo che il suo dono è stato apprezzato. E questo è il miracolo più grande.
Il mio miracolo è la mia vita.
Il mio miracolo è tutta la vita.
Il mio miracolo è la vita dopo la vita.
Il mio miracolo è la vita di mio figlio.
Il mio miracolo è che ognuno di noi ha un miracolo… è un miracolo.
E io guardo la mia guida, Aquila Grigia, mio maestro, mio amico, e gli chiedo: “Che possiamo fare l’uno per l’altro? Come nutrire il nostro mondo? Come portare luce nelle nostre vite?”.
I suoi occhi sono dolci e colmi di comprensione e amore… e risponde… Con gentilezza… solo con gentilezza.

Tratto da “Una lunga scala fino al cielo” di Rosemary Altea – 1996 Ed. Sperling & Kupfer

 

 

Ormai diversi anni fa, leggendo queste memorie tratte dall’autobiografia di Rosemary Altea (una famosa medium) ero inorridito. Subito mi era venuto in mente il meccanismo di difesa dell’estraniazione, che scattava in lei allorché veniva punita e che era funzionale per sopportare il dolore.
Ho sempre avuto il dubbio che tale meccanismo, divenuto in seguito automatico, sia il responsabile delle presunte “trance” in cui ella visualizza persone defunte. In fondo, non visualizzava anche allora?

Puntualizzazione

Oggi ho eliminato un commento a questo blog, ed è la prima volta che accade.
Il mio intento è quello di essere democratico e quindi di accettare il pensiero di chi non ha avuto vissuti simili al mio (o li ha avuti e non intende o non riesce ad affrontarli).
Accetto eventuali critiche espresse in modi civili; non intendo invece accettare insulti o scherni provenienti da individui apparentemente insensibili o che fanno sterile uso della propria intelligenza.
Quindi, da adesso mi riservo la facoltà di cancellare senza comunicazioni di sorta qualsiasi ulteriore commento irrispettoso e/o ingiurioso nei confronti della mia storia e della mia persona.

Il sopravvissuto

Non sai
di quella invisibile guerra
occorsami dentro
in anni remoti.
Soltanto vedi
la mia bocca ammutolita
e il mio sguardo allucinato
mentre ti passo accanto
sulla strada della vita,
sfiorandoti,
fors’anche disturbandoti.
Non sai
di quella invisibile guerra
occorsami dentro
in tempo di pace,
il tempo della pace che non conosco.
Non sai,
non puoi sapere,
tu che provieni
da luoghi diversi
o apparentemente diversi,
privi di guerre invisibili
fatte di troppi silenzi,
assordanti silenzi
che distruggono l’anima
deturpando il sorriso.

(15/11/2006)

Li devi chiamare genitori

Li devi chiamare genitori.
Che cosa hanno fatto per esserlo?
Una scopata.
Forse uno stupro.
E poi?
E poi il vuoto,
anni di assenza,
assenza di amore.
Presenti fuori,
inesistenti dentro,
dove nasce veramente un uomo
e dove batte la vera vita.
Li devi chiamare genitori.
Hai il loro stesso sangue.
Un sangue marcio,
pregno di odio inespresso,
di disperazione
e rassegnazione.
Li devi chiamare genitori.
Forse soltanto per non sentire
il terribile dolore
di essere un figlio del nulla,
da sempre.

(21/3/2008)

Recensione libro – Guarire dal trauma

Il sopravvissuto al trauma chiede, a chi si prende cura di lui, di ricomporre i frammenti, di ricostruire una storia, di dare un senso ai suoi sintomi di oggi alla luce degli eventi di ieri.
Guarire dal trauma è frutto di ricerca e lavoro clinico con vittime della violenza sessuale e domestica, con veterani di guerra e vittime del terrorismo politico.
È un libro sulla possibilità di ristabilire i legami e, quindi, un libro sulla guarigione: tra il mondo pubblico e quello privato, tra l’individuo e la comunità, tra gli uomini e le donne. È un libro su ciò che hanno in comune le sopravvissute a stupri e i veterani di guerra, le donne maltrattate e violentate e i prigionieri politici, i sopravvissuti ai campi di concentramento…
L’autrice, nella prima parte del volume, delinea le modalità dell’adattamento umano agli eventi traumatici e fornisce una nuova terminologia diagnostica al disturbo psichico dei sopravvissuti ad abusi ripetuti e prolungati. Le fasi fondamentali della guarigione includono la costituzione di un saldo senso di sicurezza, la ricostruzione della storia del trauma e la ricostituzione dei legami con la comunità. La seconda parte è dedicata al processo di guarigione offrendo una nuova cornice concettuale alla psicoterapia dei traumatizzati.”

Judith Lewis Herman, professore associato di psichiatria alla Facoltà di Medicina dell’Università di Harvard, dirige il programma rivolto alle vittime di violenza presso l’ospedale di Cambridge.”

SCHEDA DEL LIBRO:
Judith Lewis Herman
Guarire dal trauma
2005 – Edizioni Scientifiche Ma.Gi.

24,00
Titolo originale:
Trauma and Recovery

Recensione libro – Perché si devono amare i bambini

Sue Gerhardt illustra in particolare come le prime relazioni del bambino concorrano a formare il suo cervello “sociale” e come lo sviluppo cerebrale possa condizionare l’equilibrio emotivo futuro. Esistono infatti “percorsi neuronali” che influiscono sul modo in cui reagiamo allo stress e possono condurre a condizioni patologiche come l’anoressia, l’abuso di sostanze, i disturbi di personalità o i comportamenti antisociali.
Rendendo semplice la complessità, l’autrice offre una brillante interpretazione delle più recenti scoperte nel campo delle neuroscienze, della psicologia, della psicoanalisi e della biochimica: le relazioni che stabiliamo con gli altri formano il nostro carattere e l’amore è fondamentale per sviluppare la nostra capacità di diventare pienamente “umani”. Un libro utile non solo ai genitori ma anche a quanti si occupano di salute mentale e di educazione e a chiunque sia interessato al benessere delle generazioni future.”

Sue Gerhardt, psicoanalista, è tra i fondatori dell’Oxford Parent Infant Project, un’istituzione benefica pionieristica che fornisce aiuto psicoterapeutico a genitori e figli.”

SCHEDA DEL LIBRO:
Sue Gerhardt
Perché si devono amare i bambini
2004 – Raffaello Cortina Editore

19,80
Titolo originale:
Why love matters

Recensione libro – La prima volta avevo sei anni

“Ci sono storie talmente terribili da colpire il cuore di chi ha il coraggio di stare ad ascoltare. La storia di Isabelle, per esempio. Una bambina di appena sei anni costretta a subire gli abusi del padre che, protetto dal silenzio, profana il suo corpo e la sua anima.
Una storia sporca che si trascina finché, raggiunta l’adolescenza, Isabelle trova il coraggio di ribellarsi e di denunciare il suo violentatore. La galera per il mostro che l’ha messa al mondo, però, non basta a cancellare un male così grande. Anche perché lo stupratore se la cava con soli sei anni di prigione. Isabelle cresce ma l’orrore che ha vissuto è sempre dentro di lei. È quell’orrore che, da ragazza, la spinge verso il baratro della prostituzione. Ed è sempre quell’orrore a impedirle di vivere con serenità qualunque relazione sentimentale e a renderle impossibile accettare anche la sola idea di diventare madre.
La prima volta avevo sei anni
è un grido di dolore e di vendetta, è un atto di accusa, è un lamento lucido e feroce. Un libro sincero, terribile e disperato. Ma necessario per capire che troppo spesso il lupo cattivo ha il volto insospettabile delle persone che ci sono più care.”

“Isabelle Aubry, protagonista della terribile storia di pedofilia che racconta in La prima volta avevo sei anni, è oggi presidente dell’Associazione internazionale vittime dell’incesto (AIVI). Nel 2007 è stata eletta donna dell’anno dalla rivista francese “Femme Actuelle”.”

SCHEDA DEL LIBRO:
Isabelle Aubry
La prima volta avevo sei anni
2009 – Newton Compton Editori

12,90
Titolo originale: La première fois, j’avais six ans…