01/08/2010
Lettera a lei
1/8/2010
Per l’ennesima volta provo a scrivere questa lettera. Per l’ennesima volta provo lo stesso dolore, un dolore grandissimo nel tirare fuori dei ricordi che non avrei mai voluto avere, che non ci sarebbero mai dovuti essere, nelle mie aspettative.
Sono anni che non riesco più a riconoscerti come madre. Ti è rimasto il ruolo biologico, quello non potrò mai togliertelo.
Per tutto il resto, nel corso di lunghi anni di terapia, ho dovuto ricredermi: non sei mai stata capace di svolgere le funzioni che una madre sufficientemente sana espleta.
Nel corso di lunghi anni di terapia ho viaggiato a ritroso nel tempo, ripescando i ricordi del bambino che un tempo sono stato.
Ho incontrato di nuovo l’orrore delle tue percosse con il mestolo della polenta o con il battipanni (non ci sono madri, nel mio cerchio di amicizie, che picchino i loro bambini con tale violenza come tu facevi con me), dei tuoi insulti, dei tuoi sguardi sprezzanti, dei tuoi castighi, dei tuoi pesanti ricatti affettivi.
Ho incontrato di nuovo il disgusto dei tuoi toccamenti genitali inopportuni, delle tue troppe pratiche che avevano a che fare con zone legate alla sessualità.
Ho incontrato di nuovo la paura di quelle innumerevoli notti trascorse fuori casa, conseguenti alle innumerevoli ubriacature di quello che era tuo marito e contemporaneamente mio padre biologico; o di quelle notti in cui dovevo fare finta di dormire mentre lui urlava e bestemmiava in casa; o di quelle notti in cui, dalla mia camera, sentivo i suoni dei ripetuti stupri a cui lui ti sottoponeva e ai quali tu non sei mai riuscita a sottrarti.
Ho incontrato il ricordo di una madre incapace di proteggermi, di darmi un senso di sicurezza, di amorevolezza, di sostegno, di incoraggiamento; una madre incapace di darmi la sensazione di essere veramente amato e veramente stato desiderato.
Non riesco neppure a descrivere quante volte le mie illusioni di avere avuto una famiglia sufficientemente sana, in cui il bambino che un tempo sono stato è cresciuto, siano crollate. Ogni volta sono state lacrime. A volte non sono neppure riuscito a piangere veramente, perché il cuore mi faceva troppo male.
Fra i miei ricordi cerco momenti di serenità, momenti in cui fra le tue braccia mi sono sentito al sicuro, ma non ne trovo nemmeno uno.
Sei stata quella che mi diceva di assecondare il tuo marito alcolista, di non ribellarmi, di amare un uomo che di fatto non mi dimostrava amore, di annullarmi per non generare liti. Sei stata quella che non ti sei preoccupata di me, ma unicamente di te.
Avresti dovuto proteggermi. Quello era il tuo ruolo naturale di madre, di là da un ruolo esclusivamente biologico che nessuno potrà mai negarti. Avresti dovuto badare a me e non chiedermi di badare a te, in un’innaturale inversione di ruoli che non potevo affatto sostenere e che mi ha procurato infiniti sensi di colpa.
Non ho un ricordo piacevole delle tue mani. Le tue mani aggredivano il mio corpo, le tue mani mi spaventavano, le tue mani elargivano sensazioni spiacevoli, le tue mani abusavano di me e del mio corpo di bambino. Se avessi potuto fuggire l’avrei sicuramente fatto; ma non potevo, ero troppo piccolo e dipendevo da te, da voi, in tutto e per tutto.
Mi ricordo quelle innumerevoli notti trascorse fuori casa. Mi ricordo quante volte mi sono chiesto un perché che non ha mai ottenuto risposta fino a pochi anni fa, quando ho dovuto accettare – con una sofferenza indicibile – che non ero io a essere sbagliato, che non ero io a essere cattivo, perfido, maledetto, egoista e tutte quelle cose che sistematicamente mi dicevi, cose che una madre degna di nome non direbbe mai a suo figlio. Non ero io. Eravate voi. Due bambini travestiti da adulti, incapaci di rivestire in un modo sufficientemente sano il ruolo di genitori che vi eravate assunti scegliendo di mettere al mondo un figlio.
Ho dovuto smantellare la pesante armatura di inadeguatezze che mi ero costruito addosso per proteggervi, per non ammettere di fronte a me stesso che quelle attenzioni distorte che ricevevo non erano frutto di vero amore ma di qualche cosa di altro che non l’amore non aveva molto a che spartire.
Ho avuto problemi sessuali di una certa rilevanza. Non poteva essere diversamente, considerato l’ambiente in cui sono cresciuto. Considerati gli stupri a cui assistevo sistematicamente, in quella casa; considerato tutto il materiale pornografico che ero riuscito a trovare, mal nascosto; considerate le attenzioni distorte che riservavi al mio corpo ormai adolescente, più avanti negli anni.
Ho speso un sacco di soldi nel tentare un recupero di me stesso, per non percorrere a mia volta una strada di tossicodipendenza, per non scaricare sugli altri tutta la rabbia che avevo dentro, per smettere di scaricarla addosso a me come facevo con pratiche autolesive, per non arrivare al punto di impazzire o di suicidarmi, per non fare uso di psicofarmaci che mi avrebbero soltanto trasformato in un fantasma vivente.
Ho fatto terapie varie per più di venti anni per potermi separare da tutte le tossine che avevo dentro, per poter cominciare a considerarmi in modo diverso, per poter ritrovare un accenno di sorriso che avevo perduto di fronte a troppe violenze, a troppe brutte parole, a troppi silenzi gravidi di astio nei miei confronti.
Il tuo personale vissuto ha generato una confusione indescrivibile dentro me stesso, mi ha impedito di godere del piacere della sessualità legata al sentimento. Per anni il piacere della sessualità è stato un terreno proibito, per me. Per anni le donne che mi piacevano, che mi attraevano, non potevano essere contemporaneamente oggetto di desiderio fisico, perché nel fare l’amore con loro rivivevo tutte quelle scene orribili a cui avevo assistito nella casa della mia infanzia e della mia adolescenza.
Per anni non sono riuscito a fidarmi delle donne che mi volevano bene, che mi desideravano, per cui provavo io stesso interesse. Come potevo, se non avevo mai potuto fidarmi davvero del primo esempio di donna con cui avevo avuto a che fare, cioè tu?
Non sono mai riuscito a dirti niente, relativamente a tutte queste cose. Ho sempre continuato a proteggerti, come si protegge una bambina. Ma tu non sei una bambina. Tu sei mia madre (come ti ho già scritto sopra, almeno biologicamente). E lo sei sempre stata. Non è mio compito proteggerti. Non è compito dei figli proteggere i genitori, mentre è sicuramente vera la cosa opposta. Ma io questa protezione non l’ho mai ricevuta, ho imparato – piuttosto - a stravolgere i ruoli, cercando di proteggere voi emotivamente.
Mi sono rovinato la vita, per questo.
Mi sono riempito di sensi di colpa, per questo.
Mi sono caricato di inadeguatezze, per questo.
Ho cercato di rivestire un ruolo innaturale, un ruolo che non mi spettava, un ruolo che voi altresì cercavate in tutti i modi di farmi rivestire, per questo.
Mi è costata moltissimo, questa assunzione di responsabilità.
Mi ricordo di quando mi raccontavi dei tuoi problemi sessuali con tuo marito, delle volte che – ubriaco – provava a fare sesso con te, di come ti sentivi, di che cosa provavi. Non ti sei mai chiesta che cosa provassi io ad ascoltare quelle cose. Non ti sei mai chiesta che effetto avrebbe fatto su di me sentire quei racconti. Non ti sei mai chiesta se era lecito che tu mi raccontassi questo. Non ti sei mai chiesta che cosa sentissi io e che effetto avrebbe avuto su di me. Questo è il punto. Questo è stato ciò che principalmente ha rovinato la mia vita: non aver avuto rispetto per la mia individualità, per la mia sensibilità.
Avrei potuto avere una casa tutta mia, con la quantità di denaro che ho speso in questi anni per le varie terapie (che, peraltro, mi hanno salvato la vita) e invece vivo ancora in un buco di appartamento. Avrei potuto studiare più proficuamente e oggi avere un’occupazione migliore, se non fossi stato distratto da un insostenibile ammontare di problematiche famigliari, ai tempi in cui ancora andavo a scuola. Avrei potuto avere una famiglia tutta mia, con magari dei figli, se fossi vissuto in un ambiente sufficientemente sano e in grado di trasmettermi degli insegnamenti funzionali e non distorti.
Avrei potuto essere un uomo diverso, oggi.
Non ti sei mai assunta alcuna responsabilità per quel che è accaduto. Tu, come l’uomo che è stato tuo marito e anche, ovviamente, mio padre biologico.
Per questo non sono venuto al suo funerale.
Non volevo sentirmi additare per l’ennesima volta, come è sempre avvenuto in passato. Non volevo incrociare alcuno sguardo che mi potesse rimandare l’idea del figlio degenere, come avete sempre cercato di far credere che fossi.
Il mio funerale personale a mio padre lo avevo già fatto da tempo, quando ho dovuto accorgermi - mio malgrado - che mio padre preferiva passare il suo tempo libero al bar con i suoi amici piuttosto che con me, che da me esigeva comportamenti inadeguati al mio ruolo di figlio, che non aveva mai fatto niente per cercare di assumersi le responsabilità che un padre come intendo io si assume.
Mi sento orfano da tempo, ormai. Mi sento orfano da anni. Orfano dentro, nel profondo. In un luogo talmente remoto che non può essere visitato da nessuno, che non può ricevere il conforto di nessuno.
È da moltissimo tempo che sentivo il dovere verso me stesso di scriverti questa lettera. Come ti ripeto, ho sempre procrastinato – fino ad adesso – per cercare caparbiamente di proteggerti, per tentare ostinatamente di raccontarmi ancora la favola della famiglia felice e del bambino contento che a un certo punto si è ammalato dentro per ragioni inspiegabili, per motivi esclusivamente dipendenti da lui.
La famiglia in cui quel bambino è cresciuto non è mai stata una famiglia felice, per cause che a quel bambino non sono mai state imputabili, ma che a quel bambino sono state comunque accollate.
Adesso quel tempo è finito e la verità della mia storia è venuta a galla. Una verità che non mi piace, una verità pesante da sopportare, una verità che non auguro a nessuno. Ma comunque una verità.
Una verità che porterò con me per il resto della mia vita, una verità che cercherò di raccontarmi ogni volta che il dolore mi porterà a cercare di inventare ancora delle favole che con quella stessa verità, invece, sono inconciliabili.
Una verità che mi aiuterà a diventare finalmente un uomo a tutti gli effetti, spero.
La stessa verità che mi aiuterà a ricordare che i bambini sono soltanto degli esseri umani indifesi e innocenti e che come tali vanno trattati, essendo un genitore degno di nome.
Luciano
P.S. Non ho bisogno di ricevere risposta.
11:22
Scritto da: lucianopenco
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A me aiutò la filosofia, sembrerà strano lo so, visto che sono anche una psicologa. Ma quando incontrai una certa filosofia la mia vita si alleggerì all'improvviso e la paura smise di essere quel gran paravento dietro cui mettere tutta la mia incapacità di vivere, la paura semplicemente smise d'essere una giustificazione. Era tutto tanto difficile e tortuoso dentro di me e il mio modo di percepire tutto così esasperato mi stava davvero impedendo di vivere. Poi all'improvviso concetti che appartengono al registro di un ovvio che non avevo mai appreso mi cambiarono la vita. Concetti come non puoi cambiare quel che non dipende da te. Concetti che parlavano di libertà e che mi liberarono. Conservo ancora il manuale di Epitteto come una reliquia preziosa di quegli anni, come un talismano e ricordo con vero amore le stramberei di un professore, Lorenzo Accame, che mi insegno la leggerezza...
Scritto da: federica | 07/11/2010
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